UNA DONNA VIENE PICCHIATA. DISTURBI DELLA PERSONALITA'?

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Associazione Lacaniana Internazionale di Torino

Il tema di queste giornate sui disturbi della personalità, sul successo di questa categoria diagnostica, è intimamente legato alla manifestazione di alcuni quadri clinici che presentano delle difficoltà, non essendo chiaramente collocabili nelle strutture di nevrosi, psicosi e perversione. Queste difficoltà hanno spinto alcuni, soprattutto nell'ambito psichiatrico e più in generale nei servizi, a collocare questa clinica in quell'ampia categoria che sono gli “stati limiti”.

I limiti che questa clinica sembra varcare sono quelli fra la nevrosi e la psicosi, fra la nevrosi e la perversione e testimoniano le conseguenze a livello psichico del declino del Nome del Padre, declino che ha dato luogo a ciò che viene denominato la nuova clinica: disturbi della pulsione orale, passaggi all'atto, tossicodipendenze, dipendenze dal video, da internet, ecc.

Degli elementi precedenti ciò che m'interessa mettere in rilievo è la nozione di limite per interrogare non la nuova clinica, ma una clinica che c'era in passato e continua ad esserci tuttora, vale a dire, quella che ha a che fare con la violenza verso l'Altro, verso l'altro sesso, verso le donne.

Quando si parla di violenza sulle donne, si fa riferimento allo stupro, allo stalking -atti persecutori e minacce da parte del ex-partner che non di rado culminano nell'omicidio- e più in generale alla violenza che avviene nell'ambito domestico da parte del partner: violenza fisica -calci, pugni, schiaffi-, violenza psicologica -insulti, svalutazioni, minacce-, restrizioni economiche e violenza sessuale.

Collaborando da anni in un'associazione che si occupa di violenza sulle donne, ho avuto l'opportunità di ascoltare delle donne che hanno subito delle violenze de vario tipo. Fra queste ci sono delle donne che a lungo, talvolta per decenni, sono state l'oggetto della violenza del partner. Sono state picchiate, insultate, minacciate. Poi qualcosa avviene che le autorizza a porsi degli interrogativi e a domandare aiuto. Cos'è che per queste donne fa limite? E poi, che tipo di godimento le mantiene ancorate alla situazione di violenza? Per cercare di rispondere a queste domande fornirò alcune chiavi di lettura dal punto di vista della psicoanalisi.

Partirò da alcuni elementi di un caso clinico che per molti versi è emblematico.

Anita è sposata da 25 anni e ha due figli adolescenti. E' una donna quarantacinquenne intelligente con degli studi universitari che non è riuscita a concludere. Quasi immediatamente dopo il matrimonio sono iniziati gli insulti e le manifestazioni di svalutazione da parte di suo marito. Quando lei rispondeva verbalmente agli insulti, suo marito la picchiava. A volte, però, non capiva nemmeno perché era stata picchiata. Dopo l'episodio di violenza, lasciava passare due o tre giorni per far “sbollire la cosa”. Quando il rapporto tornava alla “normalità”, a lei sembrava che la violenza fosse stata “irreale, che appartenesse al mondo dei sogni”.

Questa messa all'opera di un meccanismo psichico che ha i tratti del diniego si presenta con una sorprendente regolarità nella clinica delle donne che sono oggetto di violenza da parte del partner. Le rappresentazione del partner come colui che picchia e come colui con il quale si può vivere una vita “normale” non si integrano, rimangono disgiunte. Sanno e allo stesso tempo non sanno o non vogliono sapere qualcosa.

Sanno che il partner con una certa regolarità le picchia, ma lo giustificano e in questo modo questa rappresentazione rimane isolata. Le giustificazioni sono di questo tipo: “in quel momento ha perso la testa”; “magari sono io che ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare”; “non è da lui”. Con le giustificazioni, dunque, svuotano di soggettività i passaggi all'atto violenti e in questo modo rendono legittimo, giusto, continuare ad occupare la loro posizione.

Ma qual è la loro posizione? Sebbene nell'epoca contemporanea molte donne possono fare un investimento narcisista della funzione fallica raggiungendo, almeno alcune, successo professionale, indipendenza economica, potere, tutto ciò non le garantisce un posto in quanto donne. Per occupare una posizione femminile si aprono due vie: occupare un posto nella coppia sessuata, essere la donna di un uomo e/o ricevere dall'uomo un sostituto fallico, un figlio.

La famiglia tradizionale composta da padre, madre e figli sembra offrire per molte donne, tuttora, un posto dove trovare un ancoraggio fallico per la loro identità sessuata. Là possono essere il fallo e averlo, dato che un figlio si colloca nel registro dell'avere. Avviene, poi, non di rado che una donna faccia l'economia del suo proprio desiderio pur di assicurarsi una posizione femminile. In questi casi, come dice Lacan in Télévision1, non ci sono limiti delle concessioni che una donna può fare per un uomo: del suo corpo, della sua anima, dei suoi beni.

Nel discorso delle donne che sono oggetto della violenza del partner, il significante “famiglia” è quasi sempre presente. Dicono: “ho sempre cercato di mantenere la famiglia unita”; “io ci credevo in quel progetto del matrimonio e della famiglia”; “mi sono sacrificata per il bene della famiglia”.

Ma qual è il sacrificio? Se in un primo momento la famiglia si presenta come il luogo principe per poter accedere al godimento fallico dell'avere -la maternità- e dell'essere -essere l'oggetto del fantasma del proprio uomo- in una dinamica di violenza avviene uno scivolamento dal godimento fallico al godimento Altro, un godimento senza soggetto, acefalo, fuori significante.

La dinamica della violenza domestica segue un movimento andante allegretto: sempre crescente. Si inizia con le svalutazioni verbali: “stai zitta”, “non capisci niente”, “sei un'incapace, non sai fare nulla”. Le donne si arrabbiano ma, come Anita, dopo due o tre giorni “la cosa sbolle”. Dopo gli attacchi verbali, si passa alle aggressioni fisiche, alle “botte”: schiaffi, calci, tirare per i cappelli, pugni, sempre in ordine crescente.

Con il passar del tempo le giustificazioni mutano: si passa dal “non è da lui” al “se mi picchia, me lo merito”; “magari è come dice lui, non valgo niente, non sono niente”. Poiché le donne entrano nella significanza fallica dal Reale, dalla privazione, non possono ricevere il significante fallico che sotto forma di un dono, di un dono di ciò che non hanno. Ciò le rende particolarmente sensibili al riconoscimento dell'Altro, dell'Altro simbolico ma anche dell'Altro dell'Altro sesso.

Se all'inizio del corteggiamento potevano rappresentare l'oggetto a nella sua brillantezza fallica, agalmatica, le manifestazioni di disprezzo e la violenza fisica del partner le colloca come un oggetto di scarto, senza valore, un niente.

Perché vi rimangono, dunque? E' chiaro che una donna non è una madre. E' altrettanto chiaro, tuttavia, che non c'è nessuna inscrizione che possa dire qualcosa dal lato femminile. Ciò che è un luogo vuoto, un significante mancante, esige una riorganizzazione simbolica a partire dalla significanza fallica. La maternità costituisce un modo per affrontare la castrazione e, pur collocandosi dal lato maschile nella tavola della sessuazione, conferisce alla donna un saldo appoggio fallico della sua identità sessuata.

Uno degli elementi che ancorano le donne nelle dinamiche di violenza, sono i figli. Riconoscendosi mancanti in quanto madri, temono che un'eventuale separazione dal partner privi ai figli del padre e che ciò abbia delle conseguenze catastrofiche. Confondendo la funzione paterna con la presenza fisica del padre, paventano che una separazione possa recare dei gravi danni nei figli tossicodipendenza, abbandono scolastico-. Vi è anche la paura che l'assenza di ciò che chiamano “una figura paterna” nella vita familiare quotidiana determini un'impossibilità di porre dei limiti, soprattutto ai figli adolescenti.

In quanto madri, dunque, non solo sopportano la loro situazione ma coprono, tacendo, l'aggressore pur di non nuocere al padre dei loro figli.

Se come abbiamo visto, non c'è nessuna inscrizione possibile che affermi qualcosa dal lato femminile, si aprono un'ampia gamma di identificazioni2. Fra queste, ci sono le identificazioni sociali, collettive. Ogni periodo storico assegna un posto alle donne attribuendole l'ambito di godimento al quale possono accedere.

Benché le trasformazioni sociali e giuridiche degli ultimi decenni abbiano prodotto una mutazione notevole del tessuto sociale e della strutturazione di ciò che è la sua cellula fondamentale, la famiglia, alcune vecchie concezioni sul posto sociale delle donne sono rimaste inalterate.

Alla domanda posta da Lacan3 nei suoi appunti sulla sessualità femminile, se non era grazie alle donne che il matrimonio continuava a reggere nonostante il declino della funzione paterna, circola un discorso sociale che risponde di si. Afferma che attiene alle donne l'onere di mantenere in piedi il matrimonio e la famiglia.

Alcune donne si sentono dire dalle proprie madri: “te lo sei sposato e te lo tieni”. Di una donna separata, alcuni dicono: “non ha saputo tenersi il suo uomo”. In certi gruppi sociali si ritiene che una donna che si separa e una “sfascia famiglie”.

Tutti questi elementi rendono davvero difficile per molte donne compiere qualunque movimento volto a mutare la propria posizione. A ciò si può aggiungere il loro silenzio per ciò che riguarda ciò che vivono. Persino quando arrivano al pronto soccorso per farsi medicare dopo essere state malmenate, mentono. Dicono che sono cadute, che si sono fatte male da sole, che è stato un incidente. Mentono perché si vergognano di dire che sono state picchiate.

La vergogna nella soggettività femminile, dice Hiltenbrand4, compare quando è in gioco la libido o il desiderio. Se il desiderio è l'espressione dell'essenza fallica, maschile, la vergogna sarebbe la manifestazione di aver trasgredito, di aver partecipato in un modo inappropriato al discorso del Padrone. In questo caso, la vergogna è, sì, un affetto che svela che è stato valicato un limite. Il limite, però, è quello che garantisce la marca fallica nella costituzione dell'essere, nel senso narcisista del termine.

Per una donna dire di essere stata picchiata, e non per la prima volta, equivale a far vedere che in un modo o in un altro lo ha consentito. Come dice Anita: “Penseranno che sono una donnaccia”; penseranno: “chi sa cosa avrà fatto per meritarselo”; “se si lascia picchiare, vuol dire che le piace”.

Ma, allora, si tratta di un godimento masochista? La domanda è complessa e merita un'analisi approfondita. Ciò che a grandi tratti si può dire è che la dimensione -così la chiama Lacan5- del masochismo non si definisce per il fatto che un soggetto occupi il posto di oggetto. Il masochismo, afferma, prevede una situazione altamente regolamentata. Non è ciò che avviene in questi casi. Nei suoi appunti sulla sessualità femminile, Lacan colloca la questione del masochismo femminile fra i “misconoscimenti e pregiudizi” e si chiede se il masochismo femminile della donna non sia altro che un fantasma del desiderio dell'uomo6.

La mia esperienza clinica non depone a favore dell'esistenza di un masochismo erogeno nelle donne che subiscono violenza. Se il fantasma di essere picchiate è fondamentalmente femminile, ciò risponde al fatto che l'inscrizione delle donne nell'ordine Simbolico impone loro una sottomissione al posto che le viene assegnato dall'Altro7. Poiché questo fantasma è preso nell'articolazione fra l'Immaginario e il Simbolico, ciò consente alle donne di distanziarsene in un modo molto più accentuato di ciò che succede con gli uomini. Ciò detto, in alcuni casi si può riscontrare un godimento di essere l'unica in grado di sopportare e supportare un uomo perverso, sadico.

Ma lui, l'uomo che picchia, può cambiare? Può da un giorno all'altro cambiare sintomo? Molte donne ne sono convinte. Anche perché lui sovente si pente e chiede perdono e giura che non lo farà più. Perfino se sono passati dieci, quindici anni nei quali gli episodi di violenza si sono presentati regolarmente, pensano di sì, può darsi che questa sia la volta buona e che lui la smetta. Questa credenza sospende qualunque azione e le mantiene nello stesso godimento.

Qual è, quindi, il tipo di godimento che mantiene le donne in quella posizione? Innanzitutto, è un godimento fallico. Il posto prevalente dell'appoggio fallico viene messo in evidenza con grande chiarezza in queste dinamiche di violenza laddove una donna, pur di assicurarsi un posto nel fantasma di un uomo -con il conseguente ancoraggio fallico che ne deriva- “acconsente” a diventare un oggetto picchiato, svalutato, disprezzato.

La logica che regge questa dinamica è: appoggio fallico procuratole da un uomo...o peggio. L'appoggio fallico viene inteso nel duplice registro dell'immaginario e del simbolico. Da un punto di vista immaginario, il sostegno fallico si ottiene grazie al fatto di essere la donna di un uomo. La posizione che si occupa davanti agli altri è quella di essere colei che “è stata scelta”. Dal punto di vista simbolico è quello di occupare il posto dell'oggetto a del fantasma dell'uomo.

Il godimento fallico di essere una madre non mancante che mantiene la sua posizione fino al parossismo occupa, altresì una grande rilevanza in queste dinamiche. A ciò bisogna aggiungere la difficoltà di sciogliere un legame per tutte quelle donne che non hanno un'indipendenza economica oppure temono di essere uccise nel caso in cui intraprendano una separazione.

E' chiaro che una dinamica di violenza protratta genera nelle donne un malessere cronico, uno stato depressivo che le accompagna dal mattino alla sera. Giunge il momento nel quale non sanno più perché vi rimangono. Non sanno più cosa vogliono o cosa sono. “Sono un niente, peggio di niente”, dice una di loro. Evidentemente, quel godimento non è fallico, è Altro. Del godimento Altro, Lacan8 dice: “C'è un godimento di cui lei non sa niente, se non che lo prova. Questo lei lo sa. Quando le capita, lo sa. Non capita a tutte”.

Se ciò che le mantiene ancorate a quella situazione è il godimento, godimento fallico e godimento Altro, cos'è che fa limite? Non le conseguenze della violenza fisica, delle “botte”: un occhio nero, un timpano perforato, il setto nasale rotto, i lividi, le umiliazioni, lo stare malissimo. Non questo. E' altro. Per Anita è andata così: L'ultima volta che il marito l'ha picchiata -mi ha massacrata, dice- mentre era per terra, con il viso gonfio e pieno di sangue si è girata e ha visto la sua immagine riflessa in uno specchio. “Ho visto il mio sguardo terrorizzato e ho detto basta”

Un'altra donna ha detto: “mentre lui mi picchiava, ho visto lo sguardo di spavento di mia figlia di 3 anni. E' stato allora che ho deciso di andarmene”. Un'altra ancora dice: “mentre lui mi stava dando dei calci, ho sentito l'urlo di panico di mio figlio. Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. E un'altra: “mentre lui mi strattonava dai cappelli, ho visto lo sguardo di paura di mia figlia adolescente. Ho deciso che dovevo chiedere aiuto”.

Ciò che compare con estrema chiarezza e il dispiegarsi di diversi tempi logici. Il primo tempo è quello dell'impossibile: La rappresentazione del partner come colui che a volte picchia e come colui con il quale a volte si sta bene, non si scrive. “E' ciò che non cessa di non scriversi”.

Il seguente tempo logico è quello della contingenza: “è quello che cessa di non scriversi”. In questo caso, è l'istante dello sguardo. In questo istante la propria immagine riflessa in uno specchio o nello sguardo o nella voce del piccolo altro, offre una Gestalt che consente di ricomporre due rappresentazioni che fino ad allora erano rimaste disgiunte. Si potrebbe pensare che quell'immagine si riduce a Uno più a, laddove l'oggetto a compare come un oggetto di scarto, un oggetto di rifiuto. L'urlo, lo sguardo di spavento, svelano l'orrore; l'assunzione della propria immagine produce una trasformazione che coincide con il “tempo per comprendere”. In questo tempo si passa dal “una donna viene picchiata” a “io sono picchiata”.

Non è, naturalmente, solo questo che fa limite. Può essere anche la paura di essere uccisa, oppure lo stare così male da non riuscire più a badare ai figli e a sé stesse, oppure desiderare solo dormire, morire.

Il passaggio dal “tempo per comprendere” al “tempo per concludere”; dalla dimensione della contingenza a quella del possibile e del necessario richiede un insieme di elementi che in questo momento non approfondirò.

Secondo alcuni studi, le donne che sono l'oggetto della violenza del partner presentano un disturbo della personalità. Questo disturbo si manifesta come “disturbi cognitivi: difficoltà di concentrazione, di memoria, confusione, fissazione su eventi traumatici. Disturbi emotivi: attacchi di panico, collera, senso di colpa, ansia, apatia, fobie. Disturbi del sonno e dell'alimentazione. Disturbi psicosomatici.”

Tutto ciò è vero. Poiché, però, questa categoria diagnostica non è incorporata all'interno di un corpus teorico, non va oltre una descrizione fenomenologica. Di lì a proporre un intervento farmacologico non c'è che un passo. Avviene, effettivamente, che alle donne vengano prescritti degli ansiolitici e degli psicofarmaci che loro tendono generalmente a rifiutare. Non manca mai un medico animato di buona volontà che consiglia di prendere un ricostituente che ricostituisca l'energia fisica e psichica perduta. Né i ricostituenti né gli psicofarmaci costituiscono, a mio avviso, la via per accostarsi a questa clinica.

Vorrei concludere con una frase che ho ascoltato da una donna recentemente. L'avevo già sentita in passato ma in quest'occasione l'ho riascoltata alla luce del quantificatore esistenziale. La frase è: “non esiste che lui mi tratti così”. “Non esiste” vuol dire: “non permetto, non accetto, non acconsento”. Si può dire, quindi, che una donna può passare dal “esiste che una donna venga picchiata”, declinata al singolare al “non esiste che io venga picchiata”. Il passaggio segnala che si può essere la rappresentante dell'oggetto del fantasma di un uomo senza essere una donna picchiata.


  1. Lacan, J., Télévision. Seuil, Paris, 1974, pp. 63-64.

  2. Hiltenbrand, J.P., “Encore” qu'en est-il aujoud'hui?, Annéè 2007-2008, Format Editions, 2008, pp. 178

  3. Lacan, J., “Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile” Scritti, Vol. II, Einaudi, 1974, p. 733.

  4. Hiltenbrand, J.P., Insatisfaction dans le lien social, Erès, Ramonville Saint-Agne, 2005, pp. 131-132.

  5. Lacan, J., La logiche du fantasme, Documento interno all'Associazione Freudiana, Torino, lezione del 10 maggio del 1967, p. 249.

  6. Lacan, J., “Appunti direttivi per un congresso sulla sessualità femminile” op. cit. p. 727.

  7. Hiltenbrand, J.P., “Encore” qu-en est-il aujourd'hui?, op. cit. p. 182.

  8. Lacan, J., Encore, Editions de l'Association Lacanienne Internationale, Francia, 2009, Lezione del 20 Febbrario, p. 127.

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Dott.ssa Graciela Peña Alfaro
Psicoanalista, Psicologa, Psicoterapeuta

Ciò che mi sta a cuore è ascoltare con estrema attenzione affinché ognuno riesca a trovare e a raggiungere la propria strada.