SCHREBER E LE SUE MEMORIE, DAL TESTO DEL DELIRIO AL TESTO SCRITTO

Publicazione
Associazione Lacaniana Internazionale di Torino

A proposito della scrittura e della pubblicazione di Schreber delle sue Memorie1, Lacan osserva2 che quest’opera così voluminosa -500 pagine- non può non esprimere un suo bisogno di riconoscimento. E’ evidente, dice Lacan, il proposito di Schreber di testimoniare il suo rapporto privilegiato con la realtà divina. La sua opera darebbe ai saggi l’opportunità di ricercare la chiave di un’esperienza -la sua- decisamente eccezionale.

A partire dalle elaborazioni teoriche sulla psicosi che Lacan propone non solo nel seminario III ma anche nel seminario XXIII, mi sono domandata fino a che punto possiamo ritenere la scrittura e la pubblicazione di Schreber delle sue Memorie come un sinthome, una supplenza della forclusione del Nome-del-Padre, che gli avrebbe offerto, al meno temporaneamente, una “soluzione della sua avventura interiore”3?

La mia riflessione, dunque, verterà sulla collocazione della lettera, del testo, nell’economia psichica di Schreber e sulla funzione dello scritto in questo caso specifico di psicosi paranoica.

Molto presto Lacan riconosce l’importanza della scrittura in alcuni soggetti psicotici, particolarmente nella paranoia. In un articolo scritto nel 19314, consiglia di raccogliere accuratamente gli scritti di questi soggetti ma unicamente per l’importanza che rivestono nell’ambito del trattamento della psicosi paranoica. Sovente, aveva osservato Lacan, gli scritti, come per esempio le lettere, preludevano il passaggio all’atto.

D’altronde, durante tutto il corso del suo insegnamento, Lacan si è interrogato sulla funzione dello scrittura per la psicoanalisi. Se ne accosta seguendo il corso delle sue elaborazioni teoriche. Innanzitutto, la scrittura è una scrittura significante. La verità, come scrive nel saggio Funzione e campo de la parola e del linguaggio in psicoanalisi5 è scritta e può essere decifrata. Instaura in questo modo, un’affinità fra la verità e la scrittura.

Un secondo approccio si distingue per l’esigenza di Lacan di distinguere tra di loro la lettera, il significante e la scrittura. In quest’ultimo approccio, quello che sviluppa nel seminario XXIII a partire dall’analisi di Joyce, si interessa ad analizzare il rapporto fra la significazione e il godimento, quando la lettera, svuotata dalla polisemia del significante, testimonia la sua affinità con il reale.

E’ molto interessante che in tutti e tre i grandi casi di psicosi studiati da Lacan si è trattato di “scrittori”. Innanzitutto, Aimée, il cui caso è analizzato da Lacan nella sua tesi di dottorato Della psicosi paranoica nei sui rapporti con la personalità, scritta nel 1932. Aiméè, il cui vero nome era Margherite Pantaine, ha instaurato durante il corso della sua vita un rapporto particolarmente stretto con la scrittura. Possiamo reperire in questo legame diversi tempi: un primo tempo in cui la sua scrittura si esprime con delle missive, delle lettere indirizzati al suo amato. Qui si tratta di una scrittura significante per sopperire alla sua assenza. Un secondo tempo, quando attraverso le lettere riesce in qualche modo a sistematizzare il suo delirio. E il terzo tempo, quando, attraverso la scrittura di due libri dedicati al Principe di Galles, si identifica al sintagma “Donna di lettere”.

Le formulazioni teoriche che Lacan svolge nei due seminari dedicati alla psicosi, il seminario III e il seminario XXIII si basano entrambi su dei testi scritti dallo stesso soggetto che è stato oggetto del suo studio.

Il seminario III così come lo scritto "Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento sulla psicosi", entrambi appartenenti agli anni ‘50, presentano delle elaborazioni teoriche formulate a partire dal testo autobiografico dal Presidente Schreber, Memorie di un malato di nervi. E’ chiaro che la lettura e la disamina teorica che Lacan svolge del testo di Schreber segue di pari passo, riformulandola, l’elaborazione che di questo caso svolge Freud6 nel 1910.

Daniel Paul Schreber, dottore in legge ed ex-presidente della Corte d’Appello di Dresda, è stato ricoverato due volte. La prima volta dopo la sua mancata elezione al parlamento tedesco, il Reichstag. Il motivo di questo ricovero, dall’autunno del 1884 alla fine del 1885, è stato “un grave attacco d’ipocondria”.

A proposito dell’ipocondria, Freud osserva nel saggio sul narcisismo7 saggio scritto posteriormente al suo studio su Schreber, che l’ipocondria intrattiene con la psicosi lo stesso rapporto che la fobia ha con la nevrosi. Nella psicosi l’angoscia trova un corrispondente immaginario mentre nella nevrosi il corrispondente riguarda il registro simbolico. Possiamo considerare, pertanto, l’ipocondria come l’ultimo avamposto per far fronte all’angoscia, in un momento nel quale qualunque altro tipo di annodamento sintomatico, fosse pure immaginario, fallisce.

Il secondo ricovero di Schreber avviene all’età di 51 anni nel novembre del 1893, un mese dopo essere stato nominato presidente della Corte d’Appello di Dresda.

Trascorre, innanzitutto, qualche mese nella clinica delle malattie mentali dell’Università di Leipzig diretta dal professor Paul Flechsig con il quale Schreber aveva instaurato un rapporto di transfert durante il primo ricovero. Dopo un brevissimo soggiorno alla clinica del Dott. Pierson a Pirna, nel giugno del 1894 viene trasferito alla clinica di Sonnestein, dove vi rimane fino al 1902.

E’ stato durante questo periodo, dal 1894 al 1902 a Sonnestein che il delirio di Schreber attraversa tutta una serie di fasi delle quali, nelle sue Memorie, ci offre una relazione estremamente composita, con un linguaggio ricco ed espressivo e accompagnate da date piuttosto precise, che collocano ogni avvenimento nel tempo.

Quando Schreber arriva alla clinica di Sonnestein è molto malato: soffre di allucinazioni visive e acustiche che si presentano sempre più frequentemente. Ritiene di essere morto e in parte già putrefatto, e subisce dei vissuti terrificanti. Questo quadro è caratterizzato dalla convinzione della fine del mondo, dalla distorsione dell’immagine del corpo e della convinzione della propria morte.

Il delirio primario di Schreber consisteva nell’essere oggetto di un complotto che contemplava l’assassinio della sua anima e la trasformazione del suo corpo in un corpo femminile, il che comportava l’evirazione l’Entmannung. Questa trasformazione aveva come obbiettivo consegnare il suo corpo ad un uomo affinché ne abusasse sessualmente e poi lo abbandonasse alla putrefazione. Questo primo delirio gli provocava delle sofferenze così atroci che invoca la morte.

La parte del persecutore fu prima assegnata a colui che era stato il suo medico, a Flechsig. In seguito Dio stesso prese il suo posto.

A questa prima elaborazione del delirio, durante la quale Schreber ha delle sofferenze crudeli e dolorose, segue una rielaborazione nella quale il suo delirio riesce, al contempo, a conservare il suo nucleo principale –subire l’evirazione e diventare una donna- ma perde i tratti persecutori.

Questa rielaborazione del delirio, che Lacan chiama la “riconciliazione”, la Versöhnung, consiste nell’accettare la sua trasformazione in una donna come un dovere che ha le sue radice “nell’Ordine del Mondo”. In questo modo, grazie alla fecondazione di Dio, potrà dar vita a una nuova generazione di uomini conquistando per se stesso e per tutta l’umanità l’eterna beatitudine. In questo modo, l’Io di Schreber trova una compensazione nel delirio di grandezza e allo stesso tempo il suo desiderio di diventare un donna trova una soluzione accettabile.

Lacan analizza lo scatenamento e i tratti salienti della psicosi di Schreber elaborando e rielaborando il corpus della sua teoria. Fondandosi su una clinica strutturalista, identifica un operatore logico che svolge un ruolo principe nella creazione delle fondamenta della strutturazione del soggetto: il Nome-del-Padre.

Distinguendo formalmente il padre come soggetto e il padre come funzione, abbandona la dimensione realistica del personaggio paterno, una dimensione immaginaria che stava guadagnando terreno nella psicoanalisi di quegli anni, per abbordare un’altra dimensione, una dimensione che articola i registri Reale, Simbolico e Immaginario.

Grazie all’articolazione dei tre registri, R.S.I., il padre entra in funzione come metafora. In virtù dell’operazione metaforica, il Nome-del-Padre barra il desiderio della madre e introduce il soggetto alla significazione fallica. Il Nome-del-Padre ha in questo modo la funzione di significare l’insieme del sistema significante, autorizzandolo ad esistere e a far La legge8.

La psicosi si caratterizza per la mancanza del significante del Nome-del-Padre nell’apparecchio simbolico di cui dispone il soggetto. La forclusione del Nome-del-Padre, che segnala il fallimento della metafora paterna, costituisce la condizione essenziale che distingue strutturalmente la psicosi dalla nevrosi. E’ importante sottolineare che la forclusione, sebbene è una condizione essenziale, non è sufficiente per scatenare la psicosi.

Secondo ciò che propone Lacan in quel periodo, il soggetto psicotico si sostiene fintantoché il punto critico del suo edificio simbolico non è toccato. La psicosi si scatena se il significante del Nome-del-Padre, significante forcluso, è chiamato in opposizione simbolica al soggetto. Ciò può avvenire anche in un’età avanzata, com’è il caso di Schreber.

L’assenza del processo metaforico determina lo scompenso psicotico, la regressione al momento precedente alla costituzione dello stadio dello specchio e i tentativi del soggetto per compensare a livello immaginario il buco nel simbolico del significante fallico. Il caso del presidente Shreber, come abbiamo visto, lo illustra con estrema chiarezza.

In questo primo approccio Lacan offre degli strumenti teorici molto fini per rendere conto del processo che sta alla base dello scompenso psicotico. Tuttavia, quest’elaborazione non gli consente di distinguere strutturalmente una nevrosi da una psicosi non scompensata.

Non solo, con questa elaborazione teorica, Lacan si colloca in una rigorosa logica binaria: il processo della rimozione per la nevrosi e quello della forclusione per la psicosi. La logica binaria classica, tuttavia, si mostra inadeguata per rendere conto dell’inconscio e pertanto dell’esperienza analitica. Per rendere conto dell’inconscio occorre una logica che contempli il campo del godimento, una logica che sfugga alla coppia del “sì” o “no”.

A questa esigenza risponde negli anni 70’ la topologia dei nodi, che fa apparire l’oggetto a come ciò che è incastrato dall’incrocio di due anelli che ne annodano un terzo e che non è localizzabile in nessun punto.

L’elaborazione della topologia dei nodi, che è stata l’approdo di un’attenzione sempre maggiore al Reale e al campo del godimento, lo condurrà, dopo un percorso travagliato e oltremodo complesso, a proporre il nodo a quattro anelli e a introdurre il concetto di sinthome.

Il sinthome allude alla modalità di godimento che, a livello inconscio, ognuno inventa per supplire all’inesistenza del rapporto sessuale.

Nella nevrosi questa supplenza è incarnata dal mito di Edipo9, dal Nome-del-Padre, che in quanto supplenza, costituisce il quarto anello. Nella psicosi, il Nome-del-Padre è forcluso. Ciò comporta che nella psicosi, in alcuni condizioni, il soggetto costruisce una versione singolare del padre, una père-version per fare sinthome e garantire la tenuta del nodo borromeo.

L’analisi del caso di Joyce lo conduce a riconoscere una pluralità di Nomi-del-Padre. Il Nome-del-Padre come sinthome, pertanto, non è l’unico che può consentire l’articolazione del Reale, dell’Immaginario e del Simbolico.

Quest’elaborazione di Lacan è, a mio avviso, straordinaria perché aggiunge un anello in più per districare la complessità della struttura psicotica. Nel caso di Joyce, il Sinthome non funziona come una metafora. Tuttavia, sussiste come lettera di godimento in grado di produrre un nome proprio mantenendo, in questo modo, un legame con il padre. Non è, pertanto dell’ordine della metafora ma della metonimia. Il Sinthome può fungere come punto di arresto in una sorta di godimento chiuso su se stesso, un godimento fuori dal senso.

Il caso di Schreber è radicalmente diverso. Qui ci troviamo con un caso di psicosi paranoica che raggiunge dei livelli di estrema gravità. Ciò, però, che meraviglia, è la trasformazione che avviene in Schreber in un lasso di tempo di circa cinque anni, dal 1894 al 1899.

Se nel 1894 Schreber presentava il quadro di estrema gravità precedentemente descritto, l’anno seguente il direttore della clinica Sonnestein, il dottor Weber, scrive che Schreber, oltre a elaborare un ingegnoso sistema delirante, aveva ricostruito la sua personalità ed era in grado di affrontare i compiti dell’esistenza quotidiana.

Nelle relazione del 189910, il dottor Weber scrive che Schreber non appare né confuso, né psichicamente inibito, né leso nella sua intelligenza; egli, aggiunge, è riflessivo, la sua memoria è eccellente, dispone di una notevole quantità di sapere in materia giuridica, ha interesse per gli avvenimenti scientifici, artistici e se ne occupa costantemente. Schreber è cambiato a tal grado che inizia da solo le pratiche volte ad ottenere la revoca della sua interdizione e la dimissione dall’istituto di cura, rivendicando il suo diritto a pubblicare le sue Memorie.

Per quanto riguarda questa vistosa trasformazione di Schreber, Lacan si domanda se può essere ritenuta una guarigione. Ne risponde dicendo che la domanda è legittima ma che l’uso del termine di guarigione sarebbe abusivo11.

La trasformazione di Schreber, nondimeno, è prodigiosa. Possiamo domandarci che funzione ha avuto il ricorso alla lettera e alla scrittura nello sviluppo e nella stabilizzazione della sua crisi psicotica, pur sapendo che questa è stata precaria e temporanea.

Schreber redige le sue Memorie con l’obbiettivo di pubblicarle a febbraio del 1900. Ad ottobre del 1900 scrive i capitoli relativi ai Complementi e gli allegati conclusivi alla fine del 1902. E’ fondamentale segnalare che la stesura delle Memorie è stata preceduta ed è stata svolta grazie a delle piccole annotazioni che Schreber ha scritto dal 1896 al 1897.

Durante questi anni Schreber è stato portato durante la notte in una cella di isolamento. In questa cella, Schreber si portava una piccola scatola di ferro, una matita e dei fogli di carta12. E’ stato in questo luogo e in queste condizioni che Schreber ha iniziato a scrivere queste annotazioni, o studi, come lui li chiamava. Sembra che abbia scritto una cinquantina di piccoli studi che li sono serviti come materiale per la stesura del suo libro.

Già questo elemento merita la nostra attenzione. E’ evidente che c’è stata in Schreber, ancor prima della decisione di pubblicare il suo libro, una forte spinta per passare dal delirio allo scritto; dalla voce, sua e delle sue allucinazioni auditive, alla lettera, allo scritto. Una spinta, però, che per lui stesso è enigmatica, così com’è enigmatica la significazione di alcuni dei contenuti dei suoi studi, come scrive nelle sue Memorie13.

E’ chiaro che questo elemento enigmatico non è dello stesso ordine dell’enigma di un sogno che, in quanto formazione dell’inconscio, necessita di una decifrazione. Qui non ci troviamo davanti a un misconoscimento ma a un buco, nel quale ciò che non è stato simbolizzato torna nel Reale e compare alla coscienza come una lingua straniera, incomprensibile.

Nonostante, nella scrittura e attraverso la scrittura, Schreber svolge tutto un lavoro di rimaneggiamento e di strutturazione del suo delirio. All’inizio della sua stesura, Schreber non aveva in mente di pubblicarlo. E’ stato proprio scrivendo che l’idea della pubblicazione si è fatta strada, così come l’idea che Dio era stato l’artefice di ciò che gli è successo, elemento cardine del suo delirio.

Nel suo caso, dunque, lo scritto e il delirio si fondono, uno e l’altro si alimentano, trasformandosi. Il passaggio allo scritto di ciò che aveva esperito ha conferito al suo delirio una ragione, un indirizzo, una spiegazione e in quanto parola scritta rivolta a noi, i suoi lettori, anche un luogo di identificazione.

La risoluzione del suo delirio gli consente di riconciliarsi con il godimento dell’altro che, all’inizio si presentava in modo conflittuale, angosciante e doloroso. Ciò riesce a rappacificarlo fino al punto di riprendere la sua vita come marito e come magistrato.

Possiamo pensare che la metafora delirante che Schreber costruisce, supplisce, anche se in modo effimero e fragile, il buco nel Simbolico del significante fallico. La struttura del suo sinthome ha i tratti di una protesi posticcia e tentennante che, pur tuttavia, tiene e che gli permette di temperare la potenza del godimento Altro che, nel periodo più acuto della sua crisi, avevano preso il sopravvento.

Il suo sinthome esprime la sua singolare modalità di rapportarsi con il Reale e di sostenersi nel suo legame col mondo e nei legami sociali. Attraverso il suo testo –testo è una parola proveniente dal latino che deriva da texére, tessere- attraverso il suo testo, dunque, Schreber riesce a tessere un quarto anello che aggancia anche l’anello del Simbolico che a lungo, durante la crisi più grave, era rimasto totalmente sganciato14.

Il sinthome di Schreber, dunque, è precario perché poggia su una base bucata –il buco del significante fallico nel simbolico- ed è soggetto a perdere la stabilità nei momenti di urto. E ciò che avviene nel 1907 quando Schreber viene chiamato, in qualità di magistrato e di discendente diretto, a stabilire quali associazioni nate nel nome di suo padre, Moritz Schreber, potevano portare il suo nome. La risposta era rilevante perché ciò avrebbe deciso quali associazioni erano da considerarsi “legittime” e quali invece erano da ritenersi “illegittime” e, in quanto tali, senza alcun diritto a ricevere alcuna eredità.

Poiché Schreber viene chiamato a rispondere da un luogo simbolico caricato della significazione paterna, non possedendo il significante del Nome-del-Padre, non può letteralmente rispondere. Quando è convocato per esprimere il suo giudizio sulla questione a dirimere, rimane, in modo imbarazzante, in silenzio.

Qualche mese più tardi, inizia di nuovo ad avere dei problemi di insonnia e nello stesso 1907, temendo un peggioramento, lui stesso chiede di essere nuovamente ricoverato. Morirà tre anni dopo questo terzo ricovero nella clinica di Dözen, vicino a Leipzig.

Concluderei riprendendo il quadro che Wikipedia, l’Enciclopedia libera, tratteggia di Schreber. Vi si leggono le seguenti parole: "Daniel Paul Schreber è stato un giurista e scrittore tedesco. E’ conosciuto principalmente per la sua opera del 1993, Memorie di un malato di nervi, in cui descrive in modo accurato la psicosi che lo affliggeva dal 1884. Diversi studiosi come Jung, Freud, Elias Canetti, e William G. Niederland si sono misurati da allora con la rilevanza medico-psicologica delle sue Memorie".

Ecco, per questa enciclopedia che raggiunge quasi tutto il pianeta, Schreber, oltre ad essere un giurista, e uno scrittore.

Schereber senza dubbio occupa un luogo eccezionale fra gli “scrittori folli” per il suo alto livello intellettuale, la ricchezza del suo delirio e il fatto che sia stato lui stesso ad offrire una testimonianza scritta della sua esperienza. Tanto Freud come Lacan non lesinano degli elogi dell’opera di Schreber e riconoscono esplicitamente il loro debito nei suoi confronti.

Chiuderei con la frase: Schreber als Schreiber (Schreber come scrittore).


  1. Daniel Paul Schreber, Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken, (Degni pensieri problematici di un malato di nervi) pubblicato nel 1903

  2. Lacan, Seminaire III, Le structures freudiannes de psychoses, Leçon VII (11 janvier, 1956), ALI, CD

  3. Ibid.

  4. Lacan J., « Structures des psychoses paranoïaques », Semaine des Hôpitaux de Paris, No14, juillet 1931, p. 437-445.

  5. Lacan, Scritti, Volume I, “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi”, Einudi, 1974, p. 252.

  6. Freud, S., Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia, Opere complete, Adobe Digital Editions.

  7. “Introduzione al narcisismo” IN Freud, Opere complete, op. cit. p. 3409

  8. Lacan, Formations de l’incoscient, Seminario V, lezione del 8 gennaio 1958, C.D.

  9. “Senza il complesso di Edipo , l’annodamento dei registri R.S.I. non tengono” Lacan, R.S.I. lezione del 14 novembre 1975,

  10. Freud, S., Osservazioni su un caso…op. cit. p. 2771.

  11. Lacan, Seminario III, op. cit., lezione VII, 11 gennaio, 1956,

  12. Lacan, Seminario III, lezione IX, 25 gennaio, 1956. Op. cit.

  13. NODVS XXXIII, La actualidad del caso Schreber, Conferencia dictada el mes de junio del 2010 en el ciclo de conferencias clínicas de la Sección Clínica de Barcelona: "Clásicos lacanianos de la psiquiatría".

  14. Come spiega molto bene Marc Darmon nel suo libro sulla topologia, nel periodo della beatitudine transessuale, l’immaginario legato al corpo cavalca il Reale lasciando sganciato il Simbolico. In questo modo, scompaiono pure il godimento fallico, il senso e il Simbolico. Rimane solo, occupando tutto lo spazio, il godimento Altro. Marc Darmon; Essais sur la topologie lacanienne, Editions de l’Association Freudienne, 1990, pp. 377-378.

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Dott.ssa Graciela Peña Alfaro
Psicoanalista, Psicologa, Psicoterapeuta

Ciò che mi sta a cuore è ascoltare con estrema attenzione affinché ognuno riesca a trovare e a raggiungere la propria strada.