OGGETTO SGUARDO E OGGETTO SMARTPHONE

Publicazione
Associazione Lacaniana Internazionale di Torino

Quando Lacan tiene il suo penultimo seminario, il venticinquesimo, è ben consapevole che il tempo non solo del suo insegnamento ma anche della sua vita sta giungendo al termine. E’ consapevole pertanto che è giunto Il tempo per Concludere ed è così che intitola questo seminario.

Ancor più che nel seminario precedente, ne Il Tempo per concludere1 privilegia la nozione di taglio2, un taglio inciso o reciso su un nodo costituito da anelli toroidali. Che Lacan privilegi il taglio3 non sorprende se consideriamo che il taglio è l’elemento omeomorfico fra il soggetto dell’inconscio e la topologia. Il taglio, in effetti, è l’unica operazione che consente una trasformazione strutturale in entrambi i campi. Il taglio scandisce i punti strutturali del soggetto dell’inconscio: la caduta dell’oggetto piccolo a, la costituzione del desiderio. La stessa costituzione del soggetto dell’inconscio altro non è che il prodotto finale di un’operazione di taglio. Per ciò che attiene al discorso psicoanalitico, il taglio è ciò che dà luogo a un atto autentico durante una cura.

Parlando della pulsione scopica, Lacan fa riferimento anche là al taglio ma, in questo caso, non lo chiama coupure –parola che, fra parentesi, appartiene alla stessa famiglia di coup, colpo-. Per la pulsione scopica adopera il termine di schize4 che costituisce un tipo particolare di taglio. Non recide ma crea un’incrinatura, una fessura. Nondimeno, questo taglio crea un interstizio carico della violenza della frattura che introduce fra elementi eterogenei. E’ ciò che al contempo rompe e ricrea due elementi.

Il tagliocoupure, schize- sarà dunque per me il filo rosso teso fra Il momento di concludere e il primo seminario di Lacan, Gli scritti tecnici di Freud5. In questo primo seminario lo sguardo di Lacan privilegia la complessa costituzione dei germi dell’Io e del Je che avviene nello stadio dello specchio. La pulsione scopica in questo processo occupa un luogo preponderante. Ciò che fondamentalmente mi interessa è interrogarmi sui processi soggettivi che sta determinando un oggetto che ha creato un fascinum a livello planetario: lo smartphone, oggetto per il quale la pulsione scopica è centrale.

Lo smartphone è un telefono cellulare costruito come se fosse un piccolo computer tascabile. Con lo smartphone si può avere una connessione internet sempre a portata di mano ed è possibile svolgere una molteplicità di funzione: controllare la posta elettronica in tempo reale, aggiornarsi sulle notizie, gestire i propri file, collegarsi con i social network, scaricare tutti i tipi di giochi, scattare e inviare delle fotografie, GPS… e altro ancora.

E’ un oggetto che ha catturato il mondo in modo trasversale: transgenerazionale, transculturale, transnazionale, tra diverse classi sociali. Alcuni dati meritano la nostra attenzione: l’anno scorso in Italia c’è stata un’impennata del numero di incidenti mortali per l’uso improprio dello smartphone: farsi dei selfies, inviare dei messaggi, collegarsi con i social network, tutto ciò mentre si è alla guida. Questo fenomeno sta investendo diverse città di tutti i quattro i continenti.

Sono sempre di più le persone che in diverse città del mondo camminano senza distogliere lo sguardo dal cellulare. Ciò ha determinato un aumento del 11% degli incidenti, alcuni dei quali anche mortali: persone che attraversano la strada con il semaforo rosso, che si sporgono troppo sulla strada e poi vengono travolti dal tram, che non guardano i segnali che avvertono dei tombini aperti, ecc. In alcune città del mondo hanno intrapreso delle misure al riguardo: lasciare un marciapiedi solo per le persone che non possono fare a meno di utilizzare lo smartphone (Chongquin, Cina); installare lungo i marciapiedi dei segnali stradali di pericolo che indicano il pericolo di guardare lo smartphone mentre si cammina (Stoccolma, Svezia).

Cosa dirne? Ciò che è evidente è che ciò che è in gioco è il circuito della pulsione scopica, e che lo sguardo occupa in modo smisurato il centro della scena. Ma, di che sguardo si tratta? Qui guarda e cos’è che guarda? Cos’è che provoca quel fascino ipnotico?

Per orientarci, possiamo partire da una doppia prospettiva: da una parte, dall’esame delle trasformazioni che la nuova economia psichica ha determinato nelle dinamiche pulsionali. Da un’altra parte, dalla distinzione che opera Lacan fra la visione e lo sguardo.

Per ciò che attiene le dinamiche pulsionali nella nuova economia psichica, si può dire che il predominio della pulsione scopica e il ricorso imperante all’immagine e allo sguardo segnalano un impasse; manifestano la difficoltà, vuoi l’impossibilità del soggetto di trovare il riferimento significante che cerca per articolare la sua parola. Poiché il soggetto non riesce a trovare nell’Altro il vuoto metaforico per strutturare il proprio desiderio, non potendo articolare una parola propria, cerca in una pulsione, nella pulsione scopica, un sostituto della metafora assente.

Lo sguardo e la pulsione scopica, dunque, trovano nella contemporaneità l’humus per imporsi e per guadagnare terreno esercitando un fascino ipnotico a livello globale. Ma, cos’è lo sguardo e in che modo si distingue dalla visione? Per quale motivo, poi, esercita un fascino così irresistibile?

Quando Lacan elabora la concezione dello stadio dello specchio e della costituzione dell’Io, non ha ancora distinto lo sguardo dalla visione, lo sguardo dall’occhio. E’ solo nel seminario XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi6, che Lacan li differenzia introducendo una nuova pulsione alla quale darà un’importanza decisiva, la pulsione scopica.

La visione riguarda una funzione che avviene grazie a un organo, l’occhio; lo sguardo invece è un oggetto, un oggetto piccolo a. In quanto oggetto a, ha una serie di caratteristiche che lo rendono singolare: innanzitutto, lo sguardo svela nitidamente che all’origine di ciò che l’inconscio produce –nel sogno, nella nevrosi, negli atti mancati- l’oggetto a non designa ciò che il soggetto desidera, ma lo iato, la beanza, il reale della mancanza.

Se pensiamo, per esempio, al gioco del rocchetto descritto da Freud, ciò su cui fissa lo sguardo il piccolo Ernst è il niente, quel niente che simbolizza la madre scomparsa. La simbolizzazione –fort/da- a partire da una mancanza, da un’assenza, costituisce il primo anello della catena significante, il punto di accesso per il bambino al linguaggio, Φ. Ciò che è rilevante è che ciò instaura il bambino come un soggetto davanti a un oggetto scomparso, caduto, davanti a una mancanza al posto dell’oggetto. Questo oggetto è l’oggetto piccolo a.

Da una parte, dunque, lo sguardo presentifica il reale. Da un’altra, come osserva Lacan7, a livello del desiderio8 scopico, è anche l’oggetto a che più che gli altri sembra eludere la castrazione; è un oggetto che ha la proprietà di mascherare la mancanza. Nel campo scopico, dice Lacan, il soggetto è essenzialmente determinato dalla separazione stessa, dal taglio di a attraverso ciò che lo sguardo introduce di fascinatoire9.

Questi due tratti dello sguardo –presentificare il reale e mascherare la mancanza- lo rendono un oggetto che inganna e che attira. A differenza della visione che riguarda un oggetto visibile e speculare –come l’immagine dell’altro i(a) nello specchio attraverso cui si costituisce l’Io- lo sguardo è un oggetto non specularizzabile, un oggetto che non ha alterità.

A differenza della voce che attraverso la prosodia, il tono, il volume, offre dei lembi per ancorarla immaginariamente alla realtà, lo sguardo, invisibile e inafferrabile, sfugge alla presa immaginaria. Catturato nei miti, svela la sua potenza e la sua capacità di annientare –come nel mito dello sguardo di Medusa- oppure di far innamorare, ma solo di un amore narcisistico che conduce inesorabilmente alla morte, come nel mito di Narciso.

Lo sguardo è inafferrabile perché il soggetto ne è dipendente nel campo del desiderio. Alla stessa stregua della voce, riguarda il desiderio su cui si sostiene il soggetto; è uno degli oggetti da cui dipende il fantasma10.

Appartenendo al campo del desiderio, al fantasma, lo sguardo è fuori, non partecipa della estensione dell’Io. Perciò, il soggetto che percepisce è in realtà un soggetto percepito in quanto lo sguardo non è del soggetto ma sul soggetto11. Esiste, dice Lacan, un taglio (schize) fra l’occhio e lo sguardo: il soggetto è guardato da tutte le parti ma vede solo da un punto. Lo sguardo non è né l’organo della vista né la visione. Esiste anche nelle persone cieche dalla nascita. In modo schematico si potrebbe dire che rappresenta il desiderio supposto dell’Altro.

L’appartenenza dello sguardo al campo del desiderio dell’Altro, lo rende particolarmente suscettibile di suscitare l’angoscia e di aprire degli interrogativi: “cosa vuoi?” “cosa vuoi da me? detto in un modo grammaticalmente scorretto:”cosa mi vuole di ciò che sono io?"

Lo sguardo, però, ha che fare non solo con il desiderio dell’Altro ma anche con ciò che lo sguardo dell’altro piccolo suscita. L’invidia –parola latina che deriva dal verbo invideo, guardare qualcuno di traverso- sorge dallo sguardo dell’immagine di completezza dell’altro piccolo. Il malocchio, il guardare con uno sguardo di rancore, malefico ma anche la voracità dell’occhio –il mangiare con gli occhi- manifestano la potenza dello sguardo e il suo stretto rapporto con tutti gli affetti che l’incontro con l’altro suscita.

Nell’epoca contemporanea, cosa ne dello sguardo? La preeminenza dello sguardo nel mondo di oggi presenta delle caratteristiche assai singolari: fra l’occhio e l’immagine, fra lo sguardo e ciò che si guarda si interpone uno schermo –quello dello smartphone o del computer-. Possiamo pensare che questo schermo in qualche modo riproduca un altro schermo, quello che si interpone fra l’incontro col reale, col trauma –un incontro che non può che essere mancato, mascherato- e ciò che lo copre, il fantasma, che compare sotto forma di rappresentazioni, di figure, nella nevrosi che si sviluppa.

Lo schermo designa il trauma ma al contempo lo nasconde; supplisce ciò che si dovrebbe trovare lì come trauma ma che si manifesta solo come buco, beanza, brandelli del caso. Dietro lo schermo qual cosa passa e ripassa, qualcosa che non si vede e che lo schermo, pur nascondendolo, finisce per designare.

Cos’è che si nasconde dietro lo schermo dello smartphone, cos’è che supplisce? In realtà, avvengono più processi che rendono questo fenomeno assai complesso. Possiamo partire dalla falla (schize) fra l’occhio e lo sguardo: se nello stadio dello specchio il campo dell’immaginario si strutturava dal corpo –come oggetto- all’immagine con il ritorno al corpo, con la concezione dell’esistenza di una schisi fra l’occhio e sguardo è nell’intreccio, nel chiasmo12 che si trova il punto di captazione della strutturazione soggettiva della visione attraverso cui l’alienazione originaria e il primato ontologico del significante strutturano l’immaginario.

Nello sguardo sullo schermo dunque, si mette in moto il circuito pulsionale scopico. Davanti allo schermo si è innanzitutto guardati, si diventa lo spettacolo dello sguardo dell’Altro. Siamo, dice Lacan, degli essere guardati nello spettacolo del mondo. Ciò che ci fa coscienza ci istituisce al contempo come speculum mundi13. Lo spettacolo del mondo ci appare come onnivoyeur e il godimento che ciò suscita è esibito e condiviso.

La struttura dell’esperienza dello sguardo –incontrare lo sguardo di un altro, guardare un quadro, lo sguardo che sorge dalla natura- consentono di cogliere ciò che vi è in gioco: l’inconscio. Uno sguardo non è necessariamente umano. Posso sentirmi guardato senza che vi sia un altro che mi guarda. Dallo schermo, dunque, sorge uno sguardo che mi guarda ma nel quale anch’io sono vedente. Ciò che è luminoso, dice Lacan, mi guarda14.

Fin dallo stadio dello specchio, nel passaggio da un corpo-in-frammenti all’identificazione a un’immagine che dà l’illusione di unità e di padronanza, il soggetto impara che può essere uno spettacolo di se stesso, essere anche lui un oggetto visibile, formar parte, come dice Lacan, del quadro.

Lo smartphone con l’intermediazione dello schermo scatena un circuito pulsionale nel quale l’essere guardati e il guardare si intrecciano, s’intersecano. Non vi alcun dubbio che ciò suscita un più-di-godimento al quale alcuni non sono disposti a rinunciare, nemmeno quando si è impegnati in altro: camminare, guidare, incontrare altri al ristorante, nelle serate con gli amici…

Così come nello stadio dello specchio l’immagine di completezza riflessa nello specchio fungeva da “forma ortopedica” per un corpo-in-frammenti, lo smartphone con le sue molteplici funzioni, sembra anche esso offrire un sostegno a un soggetto che, sostenuto precariamente su una struttura simbolica esile, necessita di un appoggio per reggersi.

La completezza, che nello specchio compariva come un’immagine che dava l’illusione di unità e padronanza, in questo caso è fornita da un mezzo con il quale si crede di avere accesso a tutto contemporaneamente, senza alcun resto, senza alcuna perdita; un mezzo che funge illusoriamente come inesauribile bocca della verità, che risponde a “tutte” le domande, dissolve dubbi, fornisce seduta stante i dati richieste con un sigillo di garanzia di autenticità: “l’ho letto su internet”, dicono alcuni ed è come se ciò che dicono fosse incontrovertibile. Un mezzo di questa natura ben si adatta a un soggetto che non tollera l’esistenza di buchi di sapere, di incertezze, di una verità che può essere detta solo a metà.

La promessa di completezza, tuttavia, è costantemente disattesa: la velocità con la quale le dita della mano si muovono per far scorrere lo schermo testimonia lo iato che ogni immagine apre, la beanza che attesta che la promessa del tutto è fittizia. Rimane sempre una domanda che rimane mancante perché “Tu non mi guardi mai laddove io ti vedo” e anche perché “ciò che vedo non è ciò che guardo”. In questo gioco di tromp-l’oeil non c’è niente di figurativo.

Lo smartphone viene anche in soccorso di un soggetto che non sa dove mettere se stesso, che si trova in imbarazzo in mezzo agli altri, che non sa cosa dire o cosa fare. In quei momenti, quest’oggetto, a mo’ di protesi prêt-à-porter, fa le veci di paravento dietro cui ripararsi, attenua l’angoscia15 che l’esperienza della barra del suo essere soggetto diviso gli provoca.

A livello immaginario, lo schermo diventa uno specchio nel quale il narcisismo di ognuno può trovare un’appartenenza identitaria a un gruppo riconosciuto; dove flebili segni –segnali di “mi piace” accanto a una fotografia, a un’icona, a una piccola frase- sembrano offrire un precario sostegno su cui reggere una struttura soggettiva fievole e inconsistente.

Un ultimo punto sulla voce. Il soggetto di oggi, per lo più afono, senza una voce propria, s’immerge a capofitto nello sguardo e tende accuratamente di eludere il contato con quella materia arcaica e veicolo del godimento e del desiderio dell’Altro: con la voce. Sfugge alla voce senza però riconoscerlo: “ci siamo sentiti”, si dice, facendo riferimento allo scambio di messaggi scritti che per lo più non contemplano i tempi di arresto, di silenzio, il vuoto.

Per concludere, ritorno al Momento di concludere. A mio avviso, la circolazione della pulsione scopica che avviene davanti allo schermo, può essere rappresentata attraverso il rovesciamento per foratura di un toro che determina il capovolgimento dell’interno e del esterno: vale a dire, ciò che è interno diventa esterno e viceversa.

Davanti allo schermo, nella schisi fra occhio e sguardo, ha luogo una continua e fuggevole manifestazione del reale della castrazione che si esprime attraverso la continua constatazione dell’incompletezza di ogni immagine, nell’impossibilità di poter cogliere tutto nello stesso tempo. Avviene, dunque, un alternarsi tra la presenza fuggevole del reale della castrazione e l’illusione immaginaria di poter muoversi in un ambito senza i limiti dello spazio e del tempo. Questo movimento, questo alternarsi viene costantemente ripetuto. L’illusione di poter eliminare il reale della castrazione alimenta quest’appetito dell’occhio, il fascino, la estrema difficolta di interrompere questo meccanismo.

Possiamo pensare che la nostra contemporaneità trovi delle somiglianze con l’allegoria del mito della caverna di Platone. Allo stesso modo dei prigionieri che ritengono più reali le ombre proiettate sul muro che gli oggetti reali, così i soggetti di oggi volgono lo sguardo verso le “ombre”, le loro immagini virtuali piuttosto che su ciò che li circonda.

*(Relazione presentata alla giornata del seminario d’estate 2016 tenutasi a Torino il sabato 14 maggio del 2016) 

.


  1. Seminario che si svolge da novembre del 1977 a maggio di 1978.

  2. A partire dal seminario XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre, Lacan concede all’operazione del taglio un luogo centrale. Ne Il momento di concludere il taglio scandisce tutto il seminario, compare ritmicamente, ininterrottamente e la presenza costante di questa operazione testimonia l’importanza che Lacan le riconosce.

  3. Nel 1953 Lacan scrive l’algoritmo S/s (significante, significato e barra che separa entrambi). Questa barra è la prima scrittura del sintomo, delle formazioni dell’inconscio. La barra, resistente alla significazione, diventerà taglio, divisione, fessura, tratto unario, lettera, nodo, buco. Tutte queste costruzioni possono essere considerate come lo sviluppo dell’algoritmo originale fino all’introduzione nel 1972 nel seminario Ou Pire del nodo borromeo. Per la prima menzione del nodo borromeo si veda: J. Lacan, Seminario XIX-bis, Ou Pire, Lezione 9 febbraio, 1972, C.D.

  4. Lacan adotta il termine schize da Merleau-Ponty ne Il visibile e l’Invisibile.

  5. Seminario che si svolge da novembre del 1953 a luglio del 1954.

  6. Il seminario XI si svolge da gennaio a giugno del 1964

  7. Seminario X, L’angoscia, lezione del 3 luglio del 1963, C.D.

  8. Nell’alienazione fondamentale del soggetto, la struttura del desiderio è la più altamente sviluppata. Ibid.

  9. In questo passo Lacan adopera la parola fascinatoire, inesistente in francese, ma adopera anche la parola latina fascinum che significa incantesimo, formula magica, fattura, maledizione, maleficio. Seminario XI, lezione del 11 marzo del 1964.

  10. Lacan, J. Seminario XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, lezione del 26 febbraio del 1964.

  11. Freud scopre nel 1915 che la pulsione scopica è all’inizio autoerotica, il suo oggetto è il proprio corpo. Secondo Freud, la trasformazione della pulsione –cambiamento dell’attività in passività e volgersi sulla persona stessa del soggetto- non avviene mai sull’intero ammontare del moto pulsionale. Il più antico orientamento attivo della pulsione pesiste accanto all’orientamento passivo più recente. L’unica asserzione corretta a proposito della pulsione scopica, dice Freud, è che tutte le fase evolutive della pulsione, quella autoerotica come le forme passive e attive persistono le une accanto alle altre. Si veda Freud, Pulsioni e i loro destini.

  12. Chiasmo ottico: zona del cervello dove si assiste ad un parziale incrocio tra le fibre nervose costituenti i nervi ottici. Il nervo ottico è la continuazione degli assoni delle cellule gangliari della retina

  13. Lacan, Seminario XI, op. cit. lezione del 19 febbraio del 1964.

  14. Ibid, lezione del 4 marzo del 1964.

  15. Lacan, J., Seminario X, L’angoscia, lezione del 14 novembre del 1962.

Avatar
Dott.ssa Graciela Peña Alfaro
Psicoanalista, Psicologa, Psicoterapeuta

Ciò che mi sta a cuore è ascoltare con estrema attenzione affinché ognuno riesca a trovare e a raggiungere la propria strada.