L'AMORE, IL DESIDERIO E IL GODIMENTO AI TEMPI DELLA COLLERA

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Associazione Lacaniana Internazionale di Milano

Nell’epoca contemporanea, governata prevalentemente dal discorso capitalista, la barriera fra l’impossibile e il possibile sembra fragile, come se da un momento all’altro potesse svanire, compiendo quella magia di sopprimere del tutto l’impossibile. “Nothing is impossibile”, “niente è impossibile” recita una delle pubblicità dell’Adidas. I nuovi sintomi, tuttavia, con la loro carica di sofferenza individuale e collettiva, testimoniano il fragoroso inciampo a cui conduce la logica di questo discorso.

Per ciò che attiene la coppia sessuata, possiamo domandarci cosa ne è dell’impossibile. Lacan, certamente, ci avverte che non c’è rapporto sessuale e che non è possibile fare Uno. Nondimeno, aggiunge, quest’impossibilità apre la possibilità di scrivere l’altro rapporto, quello che ha a che fare con il godimento e la castrazione.

Nell’Italia di oggi per alludere a quest’altro rapporto si ricorre alla parola storia. “Ho una storia con una persona”, si dice, oppure, “ho una storia di sesso” o ancora “voglio una storia di amore”. La parola storia racchiude ciò che avviene nel legame fra un uomo e una donna –o fra due donne o fra due uomini, nel caso delle scelte omosessuali-. La storia, poi, è scandita dai tempi: il tempo dell’incontro, che a seconda dei casi presenta delle coloriture diverse: la folgorazione dell’innamoramento, la passione che acceca, l’aspettativa di poter finalmente soddisfare un’aspirazione a lungo accarezzata –una famiglia, un figlio-; il tempo, in seguito, delle piccole o delle grandi delusioni, quando si scopre che l’oggetto non è proprio quello desiderato e poi, talvolta, il tempo della collera accompagnato o meno dalla violenza.

Un frammento di un caso clinico –la storia di Lisa- può esemplificare alcuni elementi relativi all’amore, al desiderio e al godimento.

Lisa è una giovane donna, sposata da una decina di anni con due figli. E’ stata da sempre ritenuta non solo carina, ma decisamente bella. La sua bellezza, tuttavia, fin dalla prima infanzia, è stata deturpata da una malattia dermatologica che si presenta con una frequenza assolutamente non prevedibile. Il suo aspetto fisico, dunque, oscilla tra l’essere una donna che desta ammirazione e desiderio all’essere una donna che, ricoperta da foruncoli, può suscitare repulsione, persino ribrezzo.

Già questo primo elemento mette in rilievo in modo plastico un tratto della femminilità: la coesistenza della brillantezza che attira e seduce e l’orrore e il disprezzo per ciò che la mancanza fallica femminile simbolizza: la castrazione.1 In Lisa, però, questi due elementi si mostrano visivamente e, alternandosi, costituiscono per lei un incessante memorandum della fragilità strutturale della sua identità sessuata.

Molto giovane, in un periodo in cui si trova in grande splendore, conosce il futuro marito. Lei lo avverte che sì, adesso è bella ma che più avanti perderà temporaneamente quella bellezza e il suo aspetto fisico diventerà, per dirlo eufemisticamente, poco aggraziato. Lui le risponde con una logica speculare: poiché è sicuro che lei non lo lascerebbe se gli accadesse una disgrazia, nemmeno lui lascerà lei. Quella frase, dice Lisa, mi incatena.

Come alcuni uomini, il futuro marito di Lisa pretende che lei occupi in modo ineccepibile il posto dell’oggetto a del suo fantasma; pretende che lei si accomodi agiatamente nel suo sintomo. Esige, per tanto, che lei si vesta, guardi, si muova, desideri, faccia soltanto ciò che lui decide. Lisa protesta con veemenza e questa situazione dà luogo a frequenti liti e a manifestazioni di collera da parte di entrambi. Il clima rissoso del loro rapporto spinge coloro che li circondano ad enunciare: “questo matrimonio non s’ha da fare”.

Lisa, però, come molte donne teme la solitudine e, soprattutto, desidera dei figli. Crede che al di fuori di lui, nessun uomo potrà eleggerla come la propria donna; che nessun altro uomo potrà amarla. Ma, sono stata amata, si domanda Lisa? “Sono sicura –dice- che si sarà reso conto che il malessere mi spingeva al vomito, che la mia vita era diventata arida e povera e tuttavia, continuava ad esercitare un controllo su ogni aspetto della mia vita, soffocandomi, annientandomi”.

La domanda su ciò che è l’amore, se sono state amate e hanno amato è una domanda ricorrente nelle donne. Per motivare ciò che le ha indotte a sopportare insulti, disprezzo, “botte”, alcune donne invocano l’amore. L’avrò fatto per amore, dicono. Ma, cos’è l’amore?

Freud strappa il velo dell’amore mettendo in luce che il suo cuore –il cuore dell’amore- è profondamente narcisista e che il suo nucleo è sessuale e come tale, mira al godimento. Lacan non smentisce la natura narcisista dell’amore.2 Anzi, aggiunge che è sempre reciproco. Essendo rivolto alla propria immagine non può che rispondere con l’eco: “ti amo”, “ti amo”. In questa dimensione immaginaria, l’amore non è altro che voler essere amato.

L’amore, però, non è solo il suo cuore e il suo nucleo ma anche il suo velo, dietro il quale traspare l’oggetto piccolo a. Amore è la parola che nomina il trovar rifugio nella faglia dell’Altro, schiudendo l’illusione, al meno fugace, di poter sfuggire alla perenne divisione e fare Uno con l’Altro.

Poiché l’amore è annodato col Reale, col Simbolico e con l’Immaginario, subisce delle trasformazioni decisive sotto l’effetto della metafora paterna. Effettivamente, la funzione del Nome-del-Padre disgiunge diametralmente le prospettive maschili e femminili dell’amore. D’ora in avanti i loro sguardi, quelli dell’uomo e della donna, avranno delle mire diverse: quello dell’uomo, rivolto a far della sua donna, il suo sintomo. Quello della donna, all’incessante ricerca di segni che le vengano significati come prove di amore.

E’ inutile dire che i loro sguardi, strabici perché ognuno guarda nella propria direzione, danno luogo sovente all’equivoco, al malinteso. Lei tende ad incorporare ciò che lui fa dentro del campo dell’amore. Se lui le vieta di vestirsi come a lei piace, di guardare e muoversi in modo consono a ciò che lei è, lei crede che ciò sia un segno dell’amore: “me lo vieta perché è geloso e la gelosia è un segno dell’amore”. Se lui monta in collera perché lei ha osato contraddire i suoi precetti, lei pensa che è perché “ci tiene molto a me”. Ed è vero. Lui ci tiene molto. Ma, ci tiene a cosa? Al proprio sintomo, naturalmente, che come ci insegna Melman, costituisce uno dei quattro elementi della propria identità.3

Inizialmente, nel rapporto con suo marito, Lisa, come altre donne, sprofonda nell’inganno interpretando a modo suo ciò che lui fa e ciò che lui dice. Benché si renda ben conto che sta lasciando perdere –vale a dire, che sta acconsentendo a perdere- ciò che le sta a cuore, tende a minimizzarlo alzando le spalle: “ma, si, dai, cosa vuoi che sia”. Lascia, pertanto, cadere, a poco a poco, uno a uno, i suoi desideri. Le poche volte che si permette di fare qualcosa di piacevole per sé stessa –andare ad un concerto, uscire con un’amica- la risposta collerica del marito e i suoi commenti vengono interpretati da lei come “ricatti morali”.

Nella clinica delle donne emerge nitidamente la loro estrema difficoltà per sostenere i propri desideri. Già il modo impersonale con il quale alludono agli ostacoli che vengono loro frapposti, dice molto del rapporto che intrattengono con l’Altro grande, l’Altro dell’inconscio e l’Altro dell’Altro sesso. “Mi viene vietato di uscire”, dicono. Oppure: “tutto ciò che dico viene criticato”. Queste frasi nelle quali il soggetto è, appunto, impersonale, alludono a ciò che per loro costituisce un divieto, il divieto di accedere al campo fallico. Al limite, vi ci possono accedere ma solo con il consenso dell’Altro.

Il marito di Lisa e, come lui anche altri uomini, mira con sospetto che lei coltivi degli interessi, che lei riconosca di ospitare, al di fuori di lui, delle inquietudini, che abbia un proprio mondo popolato di sogni, di aspirazioni. Tutto ciò che esula dal suo controllo è visto come una minaccia. La possibilità che lei si crei le condizioni per esaudire il suo desiderio –desiderio di lei- è immediatamente interpretata come un’illegittima invasione di campo, del campo fallico, che metterebbe a rischio la sua –di lui- posizione sessuata.

La questione del desiderio, non solo quello che riguarda il corpo a corpo, il desiderio sessuale, ma il desiderio che sorge dalla mancanza ad essere e che trova nella sublimazione un parziale appagamento, si traduce con molta frequenza in una vera e propria querelle per il fallo. Nei casi, non rari, nei quali lui si mantiene alla larga del proprio desiderio, il fatto che lei sia attratta verso le cose del mondo –relazioni, studio, piccoli o grandi passioni- suscita la sua invidia e la sua rabbia. In questi casi, indubbiamente, lei viene collocata al posto del piccolo altro che, specularmente, gli rimanda la sua –di lui- incapacità a servirsi, riuscendo a fare a meno, del Nome-del-Padre.

Il desiderio occupa un luogo preponderante all’interno dell’economia psichica. Lasciarlo cadere, pertanto, non è senza conseguenze. Per Lisa la conseguenza principale è il sentirsi svuotata, gettata in uno stato di tristezza e scoramento. Eppure, seguendo la sua logica, non c’è tanta possibilità di movimento. Il suo punto di partenza è una proposizione universale: tutti gli uomini sono difettosi, chi non ha un difetto, ne ha un altro e poi per i figli e la famiglia occorre sacrificarsi.

Il sacrificio, come la stessa parola lo indica, ha a che fare col sacro. In questo caso, il sacro sarebbe da collocare su una dimensione ontologica, la dimensione dell’essere, dell’essere femminile. Per tenere fermi gli assi sui quali si sostiene in quanto donna, Lisa è disposta a sacrificarsi. Il suo essere femminile poggia, da una parte, sul riconoscimento simbolico che le deriva dalla maternità. Dall’altro canto, si sostiene nel rapporto con un uomo, attraverso il posto che occupa nel suo fantasma.

Dalla maternità ottiene un solido riconoscimento simbolico che, però, deve essere sancito socialmente attraverso un altro riconoscimento: quello di essere una madre “sufficientemente buona”. Per ciò che attiene il rapporto con un uomo, il suo essere femminile si sostiene in quanto donna, e non in quanto madre, ma è un sostegno strutturalmente precario e contingente.

In quanto donna, non può ricevere dal Padre un riconoscimento legittimo del suo desiderio. Là trova un impossibile. Le rimane la possibilità di accogliere il suo invito –l’invito del Padre- ad occupare il posto dell’Altro. In questo posto può tentare di mantenere il legame col Padre custodendo il suo ordine –l’ordine del Padre-4 che per molte donne equivale a mantenere l’integrità dell’Uno: l’integrità della famiglia.

Sebbene Lisa riesca a trarre un godimento fallico nel rapporto con i figli, un godimento che affonda le sue radici nell’annodamento della libido narcisista con il simbolico, il clima soffocante che vive con il marito rende la sua esistenza sempre più irrespirabile. Benché Lisa lavori a tempo pieno e si faccia integralmente carico della cura dei figli e della casa, agli occhi del marito è sempre in deficit. Lui si vanta di guadagnare di più, senza che questa sua supposta superiorità possa essere effettivamente dimostrata. Si vanta di essere –unico al mondo- un giocatore d’azzardo che vince sempre, il che gli conferisce una superiorità irraggiungibile. Non perde occasione per mettere in risalto i supposti errori di Lisa ed esercita un controllo feroce su ciò che lei fa.

Lisa, tuttavia, è incatenata. Cos’è che l’incatena? Cos’è che la paralizza? Da una parte, si rende ben conto di trovarsi davanti a un impossibile; si rende conto che lui agisce in sintonia col proprio sintomo e che, pertanto, l’attesa di un suo cambiamento non è altro che un’illusione. Dall’altro canto, però, permane la speranza che lei riesca in qualche modo a renderlo riconoscente, affettuoso, meno rissoso.

Vi si trova in lei un’apertura e una chiusura come quella dell’occhio, della palpebra che, aprendosi consente di vedere quello che c’è: un impossibile e in quell’istante può dire: “non si può”, “non posso”. A quest’apertura, però, segue immediatamente, senza dar tempo al tempo, una chiusura, dove quell’impossibile scompare dalla scena e si affaccia di nuovo il susseguirsi delle possibilità : “ma, se io facessi, se m’impegnassi, magari lui finalmente si renderebbe conto che così non va bene e diventerebbe più disponibile, più amabile”.

Apertura e chiusura che si alternano con la velocità di un battere d’ali, che si susseguono instancabilmente: non posso, posso, non posso, posso. Come rendere conto di questa oscillazione, di questo pendolo che dondola imperturbato?

Per rispondervi, dobbiamo ricordare che nelle donne, l’intersezione fra Simbolico e Reale è labile. S’incrociano, certamente, ma non formano una saldatura. E’ come se le linee dove si uniscono il Simbolico e il Reale, non fossero continue, ma discontinue; come se la linea fosse tratteggiata e negli interstizi, si mescolasse l’impossibile –ciò che non cessa di non scriversi- al contingente –ciò che cessa di non scriversi-. Per le donne, dice Lacan, la castrazione è contingente.5 Poiché è dal Reale che entrano nella dialettica fallica, intrattengono con la castrazione e con l’impossibile6 un rapporto che si colloca nella indicibilità: e si, e no, e si, e no.7

Dove trova quest’alternanza incessante un arresto, un limite? Che poi, suscita un malessere sordo e profondo e una sensazione di impotenza che si vive a volte come mortifera: “pur rendendomi conto che con lui sto male, non riesco a lasciarlo, sono intrappolata. Non ce la faccio, non valgo niente, voglio solo morire”, frasi che nella clinica delle donne compaiono con non poca frequenza.

Se è dal contingente che entrano nella castrazione, è sempre dal contingente che riescono a trarre quella folgorazione che annoda il Reale, l’Immaginario e il Simbolico. Per Lisa il tutto si svolge in pochi istanti. La scena ha luogo in un bar. Dopo aver lavorato tutta una giornata, entra nel bar dove il marito, in modo indolente e irresponsabile, butta, una dopo l’altra, delle monete in una slot machine. Entra e gli domanda: “posso prendere un caffè?” Mentre lo chiedevo, dice, mi sono ascoltata, e le mie parole mi sono rimbombate mentre lui dilapidava i soldi. In quel momento, dice, ho deciso di separarmi.

L’annodamento fra i tre registri che, in modo contingente, avviene come un folgorazione fulminea, le consente di arrestare l’oscillazione fra l’impossibile e il contingente; le consente di passare al possibile –ciò che cessa di scriversi- e fare un atto: in questo caso, avviare le procedure per la separazione.

Cosa dire per quanto riguarda l’impossibile dal lato uomo? In lui la castrazione discende direttamente dal necessario. Nella sua logica del tutto fallico la sua mancanza gli rimane velata.

Nei casi di violenza maschile8, dal lato uomo ciò che predomina è il discorso del Padrone. In questi casi, l’oggetto di desiderio e di godimento dell’Altro compaiono solo come scarti da non essere assolutamente presi in considerazione. Ciò che interessa nel discorso del Padrone è che la macchina funzioni. Se la donna non si adegua del tutto al suo oggetto fantasmatico , lui risponde con la collera, accompagnata anche dai passaggi all’atto violenti.

La collera, dice Lacan, “è un affetto che non è altro che questo: il Reale che arriva nel momento nel quale abbiamo fatto una bella tessitura simbolica, dove tutto va a gonfie vele: l’ordine, la legge, il nostro merito e il nostro volere. Ed ecco che in un colpo, i tasselli non entrano nei piccoli buchi. E’ questo l’origine dell’affetto della collera. Tutto si presenta bene sul ponte della nave sul Bosforo ma, ecco che una tempesta s’abbatte sul mare. La collera è sempre l’abbattersi sul mare.”9

E poi, aggiunge, è qualcosa che ha a che fare con l’intrusione del desiderio. Qual è il Reale che si presenta come una tempesta che s’abbatte sul mare e che legame intrattiene col desiderio? Il Reale, in questo caso, è l’impossibile ma che per lui, immaginariamente, compare come impotenza. E’ l’impossibilità di avere un controllo assoluto sull’Altro; è il cogliere nell’Altro un desiderio dal quale lui è escluso.

In questi casi, secondo lui, la parola di lei non trae origine dalla propria soggettività ma proviene da un altrove, da un luogo alieno: “Chissà chi ti avrà messo in testa quelle idee. Sarà stata tua madre, oppure la psicologa”. Le parole di lei, “non voglio più stare con te, non ti amo più, voglio separarmi” non fanno barriera, non diventano un impossibile.

Lui segue una logica shakespeariana: quella che anima il protagonista della Bisbetica Domata. Se lei non fa ciò che lui vuole, lui diventa collerico, diventa violento, violento fino a minacciare, a braccare; violento fino ad uccidere.

Per concludere, vorrei ricordare una delle frasi che Lacan pronuncia sull’amore: Solo l’amore, dice, consente al godimento di accondiscendere al desiderio.10 Volendo, si potrebbe aggiungere che con l’amore, si può attraversare il Bosforo e scoprire che è possibile il passaggio fra due continenti, quello maschile e quello femminile senza che una tempesta s’abbatta sul mare.


  1. In più saggi, Freud fa riferimento all’orrore che provoca la scoperta della mancanza fallica femminile. Nel 1923 scrive: “E inoltre ben noto fino a che punto il disprezzo della donna, l’orrore per la donna e la disposizione all’omosessualità derivino dal convincimento definivo che le donne non hanno il pene. Recentemente Ferenczi ha ricondotto molto giustamente il simbolo mitologico del ribrezzo, la testa di Medusa, all’impressione prodotta del genitale femminile privo di pene”. Freud, S., “L’organizzazione genitale infantile”, in Opere complete, Vol. XIX, Boringhieri, 1986, p. 566

  2. Nel seminario “Encore”, Lacan dice: “…ce que l’anayse démontre c’est que l’amour dans son essence est narcissique, que le baratin sur l’objectal est quelque chose dont justement elle sait dénoncer la substance dans le désir, a savoir sa cause, et ce que le soutient, de son insatisfaction, voire de son impossibilité”. Lacan, J., “Encore”, ", Les seminaires de Jacques Lacan, Association Lacanienne Internationale, 2005, leçon du 21 novembre, 1972.

  3. Melman, C., Les quatre composantes de l’identité, Sito del A.L.I. Association Lacanienne Internationale. http://www.freud-lacan.com/Champs\_specialises/Presentation/Les\_quatre\_composantes\_de\_l\_identite

  4. In uno dei suoi seminari, Jean-Paul Hiltenbrand afferma: “Les femmes, elles sont gardiennes du Père, de l’ordre du Père, alors, ça elles aiment ça, c’est indéniable”. Hiltenbrand, H.P:, “Encore”, qu’en est-itl aujourd’hui?, Première année, Format Editions, 2007, p. 47.

  5. Lacan, J., “Ou pire”, ", Les seminaires de Jacques Lacan, op. cit., leçon du 12 janvier 1972.

  6. In un intervento all’interno delle “Journées d’ètude sur l’hystèrie à l’Ecole freudienne de Paris, (1973) Lacan dice:”Qu’est-ce qui le constitue donc, le discours de l’Hysterique? …C’est ceci: à ce reel ch’il n’y a pas de rapport sexuel...elle substitue cette autre formule... I n’y a pas encore de rapport sexuel." Melman, C., Nouvelles études sur l’hystérie, op. cit. ,p. 335

  7. Lacan, J., “Le Savoir du Psychanalyste” ", Les seminaires de Jacques Lacan, op. cit., lecon du 1 juin, 1972. Vedere altresí: Sosa-Hebert Ana, La dualité dans le féminin: et oui...et Non, Conférence aux Mathinées Lacaniennes, à l’ALI. http://www.mathinees-lacaniennes.net/en/articles/48-la-dualite-dans-le-feminin\--et-oui-et-non-conference-dana-sosa-hebert.html

  8. Per ciò che riguarda la violenza sulle donne vedere anche: Peña Alfaro, G., Una donna viene picchiata, Sito del ALI-Torino, http://www.ali-to.it/dossier/dossier6/Pena.pdf

  9. Lacan Jacques, “Le désir et son interpretation”, Les seminaires de Jacques Lacan, op. cit., leçon du 14 janvier 1959.

  10. Lacan Jacques, “L’angoisse”, Les seminaires de Jacques Lacan, op. cit. Leçon du 13 mars 1963.

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Dott.ssa Graciela Peña Alfaro
Psicoanalista, Psicologa, Psicoterapeuta

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